Da Cittadino del Mondo, anche orgoglioso di essere Europeo, ho sempre esternato il mio convincimento sulla necessità di costruire uno stato sovrano, libero, democratico, con identici diritti e doveri, con tutti i paesi facenti parte dell'Europa. Ricchi e poveri. Da giovane mi sentivo partecipe di tutti i passi politici che facevano vedere la marcia di avvicinamento verso tale obiettivo.
Col passare del tempo ho cominciato a vedere, a capire, che qualcosa nei meccanismi della progettanda Unione c'era qualcosa che lasciava dubbi, incertezze. Il mio Sogno d'Europa mirava verso una realtà che avesse come obiettivo principe la distribuzione del benessere fra tutte le genti d'Europa. Popolazione, tutta, venuta fuori dalla seconda guerra mondiale, con le ossa rotte. Col passare del tempo tutti i vari paesi, chi in un modo chi in un altro modo, hanno cercato, coi loro mezzi e con le loro intelligenze, di venir fuori dalla terribile crisi post-bellica, nel migliore modo possibile. Il crollo del Muro di Berlino, da me vissuto con gioia e lacrime, ha avvicinato tutti i paesi dell'Est, già schierati con l'estinta URSS, per ideologia politica, verso la nascente Europa. La crescita del pensiero Europeo, a ben riflettere, però ha portato solo, o prevalentemente, la crescita di alcuni paesi, con altri rimasti al palo, per una serie di motivazioni. In sostanza, con la nostra agognata Europa, col tempo, i paesi ricchi sono diventati sempre più ricchi ed i paesi poveri sempre più poveri. E gli sforzi chiesti da molti governanti ai propri cittadini ha ridotto, sempre di più, i margini di vivibilità di tante fasce della borghesia. Sempre più spesso, anche per motivazioni imposte dall'esterno, la gente si è vista spremuta come un limone per il pagamento di imposte e tasse sempre più alte. Molti imprenditori, in questo ultimo ventennio, davanti a gravi condizioni di crisi economica, ma anche Istituzionale, si sono suicidati non potendo soddisfare le bramosie del fisco. Altri sono riusciti ad andare avanti con la prospettiva del fallimento aziendale o della vendita aziendale (Magari a gente che di soldi ne ha tanti e che cerca una strada linda per impegnarli). Con tante Imprese portate al fallimento per mancanza di liquidità, pur essendo creditrici, nei confronti dello Stato, di importi molto più alti di quelli dovuti al fisco.
Nell'indifferenza più assoluta, da parte dei vari poteri esecutivi, succedutesi ultimamente, nessuno si è reso conto del fatto che qualcosa non funzionava e non funziona in questa Italia e in questa Europa Unita (Con lo sputo, non certo con il collante interiore dell'Appartenenza). Larghissime fasce del popolo Italiano si trovano come quegli ufficiali francesi che al ritorno dalla disfatta di Napoleone in Russia si son visti costretti a vendere il cappotto militare di lana per pagare le tasse ("a vendre pour payer l'impos") richieste da Russi e Borboni. Ma in quel caso c'era la "giustificazione" del motivo bellico. In questo caso l'unica guerra esistente è quella portata avanti dai poteri economici e finanziari che gestiscono l'Europa. Ma costoro non conoscono il significato di Idealità, di Solidarietà, di Uguaglianza, di Ridistribuzione dei reddito. Anzi, il loro interesse, come hanno dimostrato alcuni anni fa con la povera Grecia (Che seppure con le sue colpe non andava torturata in quel modo come è stato fatto) e solo quello dell'arricchimento soggettivo, ignorando l'Umanità di un popolo e dei sui bambini. Ed allora, che fare in questa povera Italia, sempre più nave senza nocchiero?
In attesa di autisti (Non piloti di formula uno) con buon senso, guardiamo avanti, con ottimismo, ma senza fare il passo più lungo delle nostre gambe.
Con un pizzico di follia, ma senza dimenticare che, ora più che mai, gli Italiani non possono essere considerati Ricchi per decreto fiscale!
Con il coraggio e la rabbia di dire e gridare a quegli idioti che gestiscono la TV di Stato di eliminare quelle immagini che, quotidianamente, mostrano cataste di banconote di medio e grande taglio in corso di lavorazione alla Zecca d'Europa. Quelle immagini sono delle vere e proprie idiozie. Sono dei pugni allo stomaco di migliaia di cittadini che si trovano con importanti problemi di sopravvivenza. Con o senza coronavirus.
E con tanta gente ad un passo dal suicidio. Ma, questo, è un argomento che non interessa più a nessuno.
No, idioti, l'Italiano non è ricco per decreto.
12 maggio 2020
11 maggio 2020
ERETICO
Chi è Eretico? Come si fa a riconoscerlo?
E' un soggetto intinso di quel bisogno, urgente, violento, terribile, esaltante, innaturato, di Onestà Intellettuale. Con tanta voglia di migliorarsi, di perfezionarsi.Sa che è il lavoro è fonte di vero piacere. Lavoro che si ama e che deve allontanarsi dal tempo perduto, ossia dalle insoddisfazioni.
Egli sa che, per vivere serenamente, accanto al lavoro deve coltivare Ideali, di elevato spessore. Ideali che lo mettono, sempre, a sostegno degli ultimi; di quelli senza voce.
In un concetto di Uguaglianza, di Libertà. Contro ogni sorpruso.
In genere L'Eretico è un povero ingenuo; un po' illuso; una persona convinta di volere e potere cambiare, migliorandolo, il mondo.
E' un argomento che altre volte ho toccato; ora voglio portarlo all'esaltazione.
Cittadino del mondo. Libero ed in quanto tale eretico. Lontano da mode passeggere e dalla vita brillante. Presuntuoso, fino al punto di snobbare la rilettura di ciò che scrive (Anche solo per rettificare il tempo di qualche verbo o qualche altro errore fatto). Sincero. Poco propenso alle confidenze con terzi. Qualche volta rammenta rare esperienze negative per il suo essere stato eccessivamente sincero e confidente con qualcuno. Poco propenso a parlare di se stesso. e quando lo fa, subito dopo, si pente.
Tende a presentare di se la parte più semplice, quella nota conosciuta, pertinente la sua materia.
E' alla continua ricerca di se stesso.
La sua parte turbolenta, eretica, resta ermeticamente in cassaforte. Un raffinato ed acuto lettore può estrarlo dai suoi scritti.
Cittadino del mondo. Libero ed in quanto tale eretico. Lontano da mode passeggere e dalla vita brillante. Presuntuoso, fino al punto di snobbare la rilettura di ciò che scrive (Anche solo per rettificare il tempo di qualche verbo o qualche altro errore fatto). Sincero. Poco propenso alle confidenze con terzi. Qualche volta rammenta rare esperienze negative per il suo essere stato eccessivamente sincero e confidente con qualcuno. Poco propenso a parlare di se stesso. e quando lo fa, subito dopo, si pente.
Tende a presentare di se la parte più semplice, quella nota conosciuta, pertinente la sua materia.
E' alla continua ricerca di se stesso.
La sua parte turbolenta, eretica, resta ermeticamente in cassaforte. Un raffinato ed acuto lettore può estrarlo dai suoi scritti.
Erasmo, Giordano, Tommaso, si consideravano ed erano tali.
Sì, sono un eretico.
E, per tale esagerazione, chiedo venia, anticipatamente, a tutti.
OSSO DI SEPPIA
Mi piace pensare che uno qualsiasi dei miei scritti sia servito, anche solo per un momento, come osso di seppia, per affilare il becco, anche ad uno solo, dei miei quattro Lettori.
IL CARCERE DELL'IGNORANZA
La Conoscenza, la Scienza, lo Studio, la Lettura, servono all'uomo per la più Grande Evasione che egli potrebbe organizzare. La Fuga dall'Ignoranza. Sì, perché la persona colta, lontana dal buio dell'ignoranza, è Libera, può riflettere sui dubbi della vita e per essi può cercare, con la sua testa, le giuste soluzioni.
La persona intelligente non sarà mai sottoposta al carcere dell'ignoranza.
Ogni uomo, a mio parere, dovrebbe sforzarsi per fare in modo che tutte le persone, o almeno le persone a lui più care, siano, il più possibile, lontane dal carcere della sudditanza psicologica e sociale.
La persona intelligente non sarà mai sottoposta al carcere dell'ignoranza.
Ogni uomo, a mio parere, dovrebbe sforzarsi per fare in modo che tutte le persone, o almeno le persone a lui più care, siano, il più possibile, lontane dal carcere della sudditanza psicologica e sociale.
ROSSO E NERO
La passeggiata.
Quando il rosso è tanto rosso da apparire nero.
Possibile che, nonostante i tanti anni passati, nessuno abbia pensato di introdurre l'obbligo della lettura di Stendhal, il Milanese, nelle scuole?
" ed è la maniera barbara con cui il Comune fa tosare fino al vivo quei vigorosi platani. Così potati essi somigliano, con le loro teste basse, rotonde ed appiattite, alle più volgari piante degli orti; mentre non chiederebbero di meglio che riprodurre le magnifiche forme che hanno i platani in Inghilterra. Ma la volontà del sindaco è dispotica, e, due volte all'anno, gli alberi che appartengono al comune sono inesorabilmente amputati …"
"Il forestiero che arriva, sedotto dalla bellezza delle fresche e profonde vallate che lo circondano, si immagina dapprima che gli abitanti siano sensibili al bello, e in verità essi parlano anche troppo della bellezza del loro paese: non si può negare che ne facciano gran canto; …"
P.S.: Tranquilli, non sono io che parlo. Era il Milanese, circa duecento anni fa. Sì, parlava dell'Italia, che nonostante tutto amava tanto.
Quando il rosso è tanto rosso da apparire nero.
Possibile che, nonostante i tanti anni passati, nessuno abbia pensato di introdurre l'obbligo della lettura di Stendhal, il Milanese, nelle scuole?
" ed è la maniera barbara con cui il Comune fa tosare fino al vivo quei vigorosi platani. Così potati essi somigliano, con le loro teste basse, rotonde ed appiattite, alle più volgari piante degli orti; mentre non chiederebbero di meglio che riprodurre le magnifiche forme che hanno i platani in Inghilterra. Ma la volontà del sindaco è dispotica, e, due volte all'anno, gli alberi che appartengono al comune sono inesorabilmente amputati …"
"Il forestiero che arriva, sedotto dalla bellezza delle fresche e profonde vallate che lo circondano, si immagina dapprima che gli abitanti siano sensibili al bello, e in verità essi parlano anche troppo della bellezza del loro paese: non si può negare che ne facciano gran canto; …"
P.S.: Tranquilli, non sono io che parlo. Era il Milanese, circa duecento anni fa. Sì, parlava dell'Italia, che nonostante tutto amava tanto.
10 maggio 2020
LA LIBERTA'
Con uno sguardo alla Rivoluzione Francese, confermo quanto diceva Stendhal:
"La Libertà è come la peste. Finché non si sarà gettato a mare l'ultimo appestato non si sarà combinato nulla".
"La Libertà è come la peste. Finché non si sarà gettato a mare l'ultimo appestato non si sarà combinato nulla".
LA CURVA A CAMPANA
La rappresentazione grafica, matematicamente parlando, della Vita può essere fatta con la curva della a campana.
In questa fase particolare della vita, sconvolta dal covid-19, tutti i media ci mostrano un diagramma che rappresenta lo sviluppo del virus, in funzione del tempo, in un Piano Cartesiano.
Tale rappresentazione grafica (Funzione) a forma di campana più o meno allungata, a ben guardare, mostra anche la vita dell'uomo.
Con una nascita, una crescita, una posizione di picco, una decrescita e poi la fine. Rappresenta il rosso ed il nero di ognuno di noi. Con gli anni sfolgoranti della Gioventù (Delle rivoluzioni, dei cambiamenti, delle anarchiche fughe) e gli anni grigi dell'Anzianità (Delle conservazioni, delle restaurazioni, delle canonicità, delle diplomazie). Da Lottatori per la Libertà a Ipocriti per Necessità.
In questa fase particolare della vita, sconvolta dal covid-19, tutti i media ci mostrano un diagramma che rappresenta lo sviluppo del virus, in funzione del tempo, in un Piano Cartesiano.
Tale rappresentazione grafica (Funzione) a forma di campana più o meno allungata, a ben guardare, mostra anche la vita dell'uomo.
Con una nascita, una crescita, una posizione di picco, una decrescita e poi la fine. Rappresenta il rosso ed il nero di ognuno di noi. Con gli anni sfolgoranti della Gioventù (Delle rivoluzioni, dei cambiamenti, delle anarchiche fughe) e gli anni grigi dell'Anzianità (Delle conservazioni, delle restaurazioni, delle canonicità, delle diplomazie). Da Lottatori per la Libertà a Ipocriti per Necessità.
AMORE O CRISTALLIZZAZIONE
L'amore acquisisce la caratteristica di eccellenza quando per entrambi gli interessati interviene nella profondità della propria psiche. Quando tocca l'anima oltre che il corpo.
L'Ammirazione porta alla Passione Amorosa, che si consolida con la Speranza, per fissarsi nella Cristallizzazione.
La Cristallizzazione definitiva (Non come qualcuno vorrebbe nell'ambito architettonico del restauro) non rappresenta qualcosa di bloccato, di fissato, di immobile, ma rappresenta una condizione dinamica (Non statica) dello spirito che tende a scoprire, nel soggetto amato, sempre nuove perfezioni, esistenti, ma non viste prima. Con il piacere della Felicità e della Compiacenza; con l'esaltazione del magnifico reciproco possesso esclusivo, con le infinite luccicanti sfaccettature.
Il concetto della Cristallizzazione Amorosa è legato al fatto che se si lascia, per due o tre mesi, nelle profondità di una miniera di sale, un ramoscello secco, senza foglie, al ritorno lo troveremo con tanti cristalli luccicanti su tutta la sua lunghezza. Con la mente che in ogni momento cerca e trova una nuova peculiarità, che non aveva notato prima nell'amato/a. E' tale condizione che spinge il sangue al cervello, col piacere che diventa sempre più intenso e condiviso. E' questo il momento in cui il piacere fisico si percepisce solo con la persona amata. Con l'Esaltazione sempre attiva, viva fresca, che serve di evitare che l'Anima si stanchi anche in presenza della perfetta felicità. Sì, l'Anima si stanca di tutto; quindi, è necessario avere come punto di massima esaltazione, non qualcosa di statico, ma qualcosa di Sfavillante, Brillante, come la Cristallizzazione del ramoscello lasciato nella miniera di sale.
Anche la Felicità, per essere sublime deve essere in continua accelerazione, al fine di evitare di spegnersi.
La persona amata è vista non come un terreno di conquista, di dominio, di controllo, ma come la destinataria di tenerezza, piacere, felicità, sentimento.
E, il massimo di tale trasporto si ha con la castità spontanea che porta, anche, al rifiuto di proposte terze al solo pensiero della persona amata.
9 maggio 2020
COCO'
E' un mercoledì della prima decade di Maggio. Il mese per antonomasia della Primavera, del ritorno sulla Terra di Persefone, dei Fiori, del Sole, ma è periodo di confinamento da coronavirus e, quindi, Sara studia e lavora da casa. Gli uccelli sugli alberi intorno casa, sin dalla prima mattina, allietano la piacevole tiepida giornata di sole con i loro canti.
Distrattamente sta fantasticando sulle cose che deve fare, completare ed iniziare durante la giornata, con una tazza di caffè Italiano in mano. Elisa, la gattina innamorata di Sara, che di solito le gironzola sempre intorno, stranamente, stamattina è assente. Sarà andata a fare un giretto in giardino con il gattino del vicino, pensa Sara, mentre si incammina dal soggiorno alla sua camera.
Ad un tratto vede arrivare verso di lei, velocemente, Elisa, con un movimento goffo, buffo, irrituale. Qualcosa di strano, diverso dal solito, è presente in quella gattina birichina.
Un colpo al cuore la colpì appena si rese conto che Elisa aveva in bocca un uccellino. Le sue piume erano piccole, colorate, lucenti, ma immobili nella bocca di Elisa.
Dopo un primo momento di smarrimento e di panico urla, comandi e rimproveri, perentori, rimbombano, come tuoni di una terribile tempesta, in tutta la casa. Elisa si rese subito conto che, forse, l'aveva combinata grossa, e, quindi, immediatamente, ubbidisce all'ordine della sua Amica-Padroncina, mollando l'uccellino che, fino a qualche minuto prima, teneva in bocca; senza però schiacciarlo. Appena libero, l'uccellino, un piccolo Colibrì chiamato immediatamente Cocò (Sì, come Chanel), si libra dal soggiorno ad una delle camere.
Inseguito, nel suo volare, con intendimenti forse di diversa natura, da Sara e da Elisa. Ma, mentre la prima cerca di farlo pervenire alla Libertà, la seconda, molto più prosaicamente pensa di "ospitarlo" nel proprio stomaco. Escluse le piume, perché, come è noto anche ad Elisa, esse, come dicevano i Maya, sono magiche. Elisa, con i suoi baffi e la sua faccia astuta aspetta il momento giusto per giocarci un po', prima di dare inizio al prelibato banchetto. Intanto Sara, invano, cerca di fare allontanare, dalla stanza, i due intrusi: la gattina prima e l'uccellino poi. Per ovvi contrastanti motivi. Elisa non vuol saperne di uscire di casa e col suo sguardo tiene sotto controllo il bocconcino. Cocò, terribilmente spaventato dalla grande bocca dai denti affilatissimi della gattina, pur con la finestra spalancata sta studiando suoni e movimenti di Sara, al fine di comprendere e decidere se di lei poteva fidarsi oppure no. Si vede la sua terribile paura di scendere dalla zona alta e lanciarsi verso la finestra e, quindi, verso la libertà. Gli inviti a scappare via, verso i vicini alberi, ove, presumibilmente, ad aspettarlo c'è la sua mamma, non sortiscono alcun effetto.
Cocò non vuol proprio saperne di scappare. Io penso che a bloccarlo siano la paura di finire in bocca ad Elisa e la paura legata al fatto che non ha ancora capito quali fossero le reali intenzioni di Sara, nei suoi confronti. Intanto Cocò, nel suo peregrinare nella stanza, si è stabilizzato presso la parte alta della parete con la finestra; sopra un piccolo supporto sporgente.
Lo stato ansioso di Sara (E di Elisa e di Cocò, per opposte motivazioni) sale alle stelle. Non può ammettere, accettare, che in sua presenza si commetta un crimine di quel genere. Non può, assolutamente, accettare che un uccellino, così piccolo, bello, indifeso, finisca nella pancia (Pur non, certamente, affamata) della gattina, che tutte le sere le sta addosso, per farle le fusa. Gattina che non vuol proprio saperne di andarsene via da quella stanza.
Dopo un lungo e penoso peregrinare per la casa, finalmente, Sara, con degli ammiccamenti riesce ad allontanare Elisa da quella stanza e, quindi, cerca, invano, disperatamente, di far capire a Cocò che può, tranquillamente, svignarsela dalla finestra.
Eppure, pensa, una soluzione bisogna pur trovarla per consentire al gracile uccellino di riconquistare la libertà. Due diverse e contrastanti sensazioni di paura coinvolgono si percepiscono in Sara e in Cocò. La prima ha paura di non riuscire a far scappare l'uccellino. Il secondo non è sicuro delle buone intenzioni della sua Salvatrice. Sarà, veramente, altruista, amante della natura e del mondo animale in particolare, si domanda. La natura di Sara Cocò avrebbe dovuto catalogarla subito, dalle urla iniziali; ma il povero piccolo Colibrì è ancora impaurito. Si sente come un Lazzaro. Sì, un morto risuscitato.
Allora, non resta altro che agire, pensa Sara. Bisogna attuare un piano strategico. Ossia catturare Cocò e portarlo subito verso la libertà. Come fare? Con l'ausilio di un manico di scopa ed un sacchetto di tessuto; è riuscita ad intrappolare Cocò; a portarlo sul terrazzo; ad aprire il sacchetto per farlo volare via, verso il vicino albero, prima dell'arrivo di Elisa.
All'apertura del sacchetto Sara sente un altro colpo al cuore. E' come morto. E' pietrificato con le zampette agganciate al sacchetto. Cocò è immobile, rigido, inerte, come morto, per degli interminabili minuti. Sara si mette ad accarezzarlo sulla testa e sulle piume, pensandolo morto, quando, improvvisamente, mettendo in moto le sue alette, con dei battiti molto al di sopra di quelli usualmente operanti durante la fase dell'innamoramento, non dopo aver guardato il volto di Sara ed aver emesso un flebile cinguettio, spicca il volo scomparendo tra le foglie del vicino albero. Acquistando la Libertà.
In assenza di Sara, o di una persona sensibile come lei, oggi, in Varrano, di Cocò sarebbero rimaste solo alcune delle sue penne. Neanche tutte, forse.
Per onore di verità devo riferire che, secondo Chicca, Elisa non aveva cattive intenzioni verso Cocò. Lo stava, semplicemente, portando a Sara, in omaggio, in regalo, per la sua Bellezza, per la sua Eleganza. La gattina non avrebbe mai avuto, in nessun momento, alcuna minima intenzione carnivora nei confronti di dell'esserino magico. E' pur vero che la gattina, abituata a mangiare cosette raffinate e sopraffine, avrebbe avuto qualche difficoltà inaccettabile con le piume di questo uccellino.
E' questa una storia della lotta per la sopravvivenza degli esseri viventi. Siano essi animali, umani o vegetali.
Colibrì. E' un uccello bellissimo, per colori, leggerezza, eleganza nel modo di volare. E' anche il più piccolo uccello del mondo. Il suo volo è unico al mondo per il movimento delle ali che può raggiungere i 70 - 80 battiti al secondo, in condizioni normali, e valori di alcune centinaia, nella fase di innamoramento. Esso è capace di immagazzinare energia col meccanismo che gli consente di entrare in uno stato di torpore durante la notte. Infatti, durante la notte la sua temperatura scende intorno a 8 - 10 °C, mentre durante il giorno è pari a circa 40°C.
Al Colibrì è legata la Legenda Maya che lo vuole sacro, per la capacità delle sue piume, considerate magiche, capaci di far guarire le persone.
A questo stupendo uccellino è legata anche la Parabola del Colibrì che suggerisce all'uomo di cercare e trovare, nella vita, sempre, la forza per collaborare con gli altri, consci del fatto che tante gocce d'acqua messe insieme possono formare, anche, un oceano. E' un invito a fidarsi degli altri, ad aiutare il prossimo, senza disprezzare mai l'aiuto che ci viene offerto, da chiunque.
Un grande incendio stava bruciando una grandissima foresta divenuta arida, secca, invivibile. Tutti gli animali si son messi a scappare per evitare l'incendio. Il Colibrì si è messo a volare, subito, nella direzione opposta. Si è portato presso un lago ed ha preso delle gocce d'acqua per spegnere l'incendio. Gli altri animali stupiti gli hanno detto di lasciar perdere e salvarsi, stante l'inutilità del suo andare avanti e indietro con le sue gocce d'acqua.
Il Colibrì si è fermato, un breve momento, e ha detto a loro: "Questa foresta è casa mia. E' la mia vita. Non voglio che scompaia. Starei proprio male al solo pensiero di aver avuto la possibilità di fare qualcosa per salvarla e di non averla fatta. E' possibile che non ce la faccia a spegnere l'incendio, come voi dite, ma, io, sto facendo la mia parte".
E ha continuato a volare verso il lago.
7 maggio 2020
PONTI
Ponti.
Sì, voglio parlare, ancora una volta, di Ponti. E voglio
domandarmi perché i ponti più belli cadono.
Qualche anno fa sono rimasto scioccato dal collasso che ha
interessato in bellissimo Ponte Morandi, sul fiume Polcevera, a Genova. Ho sempre sostenuto e tuttora sostengo che anche le Strutture di Ingegneria (Ponti, Viadotti, Gallerie o altro), come per ogni essere umano, abbiano una nascita (Concepimento progettuale), una vita ed una morte.
A)- Il Ponte Morandi.
In questo caso, sono convinto che sarebbe stato opportuno ipotizzare
l'espletamento di tutte le iniziative tecnologiche che dovevano portare alla
conservazione del Ponte Morandi con il rifacimento della parte crollata e l’adeguamento
di quelle parti, da molto tempo accertate come fatiscenti e degradate.
Magari con una rimodulazione, verso il basso, della destinazione d'uso e con la
realizzazione di un nuovo tratto autostradale. La scelta di demolire tutta la struttura del Morandi mi ha lasciato in una condizione di sconcerto. E la soluzione a travata, adottata per la ricostruzione del ponte, nonostante le dichiarazioni degli interessati, a mio parere, è, semplicemente, monotona, insignificante ...
Questo non toglie la necessità di esprimere alcune riflessioni su questa opera. In sintesi:
1)- Estetica.
Il ponte è stato progettato con una soluzione a travata lineare. Le pile sono in calcestruzzo armato normale, gettato in opera, poggianti su pali di fondazione di grande diametro. L'Impalcato è in acciaio con piano viario in cls armato. L'acciaio non è materiale che ben si adatta alle forme curve (Carenatura lato intradosso) ...
Dalla documentazione esistente in rete e dalle foto esaminate, sembrerebbe di capire che si è in presenza di una trave continua appoggiata sulle pile. Con o senza la realizzazione di giunti tecnici per sopperire alle deformazioni lineari (Dovuti a dilatazione termica, carichi, sisma, ecc)…
B)- Il Ponte di ALBIANO MAGRA.
Il giorno 08
Aprile 2020, verso le ore 10.50, sono rimasto, ancora una volta, senza parole
vedendo le immagini del bel Ponte ad Arco, sul Magra, ad Albiano Magra
(Comune di Aulla (MS)). Premesso che i Ponti sono delle strutture che hanno, sempre, intrigato ogni Ingegnere. Quelli ad Arco, poi, oltre ad essere molto eleganti per la loro forma, sono particolarmente indicati, in determinati ambiti, per la loro peculiarità nel trasferire le sollecitazioni esterne (Carichi verticali, orizzontali, fissi e variabili) dall'impalcato al terreno di fondazione.
I Romani hanno fatto un uso diffuso, in tutto l'Impero, dei ponti ad Arco. Ponti che continuano ad esercitare la loro funzione anche attualmente.
Leonardo da Vinci, Genio per eccellenza nei vari campi dell'Ingegneria e dell'Architettura, parlando a proposito, disse che "l'Arco non è altro che una fortezza causata da due debolezze". Volendo dire ...
Faccio rimando ad altri miei precedenti post sulle motivazioni che hanno portato:
- alla mancata previsione del crollo da parte dei tecnici ANAS;
- alla crisi di una pila, del crollo di una arcata e l’effetto domino successivo che ha portato in alveo il Ponte per tutta la lunghezza;
- alla ipotesi di ricostruzione di un ponte provvisorio in alveo, fatta dall'ANAS ed alla mia contrarietà per detta soluzione;
- alla mia ipotesi di realizzazione di rampe per la fornitura di un sistema alternativo di viabilità locale in attesa della ricostruzione del ponte;
- alle procedure semplificate per la progettazione, l'approvazione e l'avvio della ricostruzione del ponte.
Ed
allora perché riparlare di ponti e di quel Ponte?
La risposta sta in una serie di notizie in parte condivisibili ed
in parte assolutamente non condivisibili che hanno coinvolto il Ministro delle
Infrastrutture e Trasporti (Paola De Micheli), il Sindaco di Aulla (Roberto
Valettini), alcuni Parlamentari… che di seguito
riporto in modo conciso.a)- Crollo del Ponte per frana.
Il crollo del ponte ha trovato scaturigine ...
Sul Ponte circa 30 (Trenta) anni fa, come ben noto …
Tutto ciò
stante, in data 06/05/2020, due giorni fa, in Commissione Trasporti ed
Ambiente della Camera dei Deputati, sono emerse delle contrarietà alle suddette
scelte fatte dall'ANAS ...
RAGAZZA ALLA FINESTRA
La Ragazza alla finestra,
del 1925, è uno dei dipinti più belli di Salvator Dalì (Il fotografo dei sogni dipinti a mano). 6 maggio 2020
DA BACO A FARFALLA
Chi vive davvero lotta, sempre, per qualche ideale.
E le persone più vicine ai massimi Ideali chi sono se non i Poeti? Loro sono i pionieri delle comunità. Le persone capaci di anticipare tutti; di guardare lontano, molto più lontano degli altri. E sono loro che dovrebbero indirizzare la vita, la strada più opportuna, del genere umano. Nella direzione della Bellezza, della Libertà, della Gioia, per Tutti. Nessuno escluso.
Ma ciò non sempre accade. Spesso per colpa della miopia di chi rappresenta la collettività. Altre volte per scelta conscia o inconscia dell'uomo stesso. L'Uomo, spesso, si sente come un Baco, affamato di foglie di gelso (Sapere, Conoscenza, Umanità), che, dopo averne mangiate in grande quantità, si chiude nella sua "culla prigione", in cima all'albero. Pensando e dimenticando di avere la possibilità di diventare farfalla. E di poter volare, e mostrare la propria Bellezza, la propria Eleganza.
Il Baco, l'Intellettuale di ogni paese della Terra, dovrebbe ricordare, sempre, di essere il pioniere, la guida dell'Umanità. Ed, in quanto tale, deve essere sempre presente con la propria opinione sulle cose importanti della vita. E, quando serve, con i suoi moniti (Strali, se necessario) deve prendere posizione contro chiunque si ponga contro l'ultimo degli uomini. Solo così facendo un Baco può diventare, e diventa, Farfalla. Altrimenti resta prossimo al nulla. Il nulla in cima al suo albero.
E le persone più vicine ai massimi Ideali chi sono se non i Poeti? Loro sono i pionieri delle comunità. Le persone capaci di anticipare tutti; di guardare lontano, molto più lontano degli altri. E sono loro che dovrebbero indirizzare la vita, la strada più opportuna, del genere umano. Nella direzione della Bellezza, della Libertà, della Gioia, per Tutti. Nessuno escluso.
Ma ciò non sempre accade. Spesso per colpa della miopia di chi rappresenta la collettività. Altre volte per scelta conscia o inconscia dell'uomo stesso. L'Uomo, spesso, si sente come un Baco, affamato di foglie di gelso (Sapere, Conoscenza, Umanità), che, dopo averne mangiate in grande quantità, si chiude nella sua "culla prigione", in cima all'albero. Pensando e dimenticando di avere la possibilità di diventare farfalla. E di poter volare, e mostrare la propria Bellezza, la propria Eleganza.
Il Baco, l'Intellettuale di ogni paese della Terra, dovrebbe ricordare, sempre, di essere il pioniere, la guida dell'Umanità. Ed, in quanto tale, deve essere sempre presente con la propria opinione sulle cose importanti della vita. E, quando serve, con i suoi moniti (Strali, se necessario) deve prendere posizione contro chiunque si ponga contro l'ultimo degli uomini. Solo così facendo un Baco può diventare, e diventa, Farfalla. Altrimenti resta prossimo al nulla. Il nulla in cima al suo albero.
SCRIVI, SCRIVI
Penso, parlo, scrivo di una "cosa" quando da essa sono attratto, innamorato. Senza amore e trasporto sono asettico, asintotico, asintomatico. Portatore del nulla.
Sarà per il periodo particolare (Confinamento da Covid-19), sarà perché mi piace parlare ed ascoltare, ma, anche, scrivere. Ecco perché tutti i giorni scrivo. E scrivo per ore, non per diventare un genio della scrittura come diceva Stendhal ("Scrivi ogni giorno per due ore almeno, genio o non genio che tu sia"), ma per assaporare uno dei più grandi piaceri che l'Uomo possa godere.
E non posso non ricordare il mio primo "Abbecedario"; il primo libro capace di stimolare la più grande evasione di massa dell'Uomo, dal carcere dell'Ignoranza.
La conoscenza e la padronanza della lingua è fondamentale per l'allontanamento da condizioni di sudditanza psicologica, da condizioni di vera Libertà. Chi è lontano dalla conoscenza non è libero e mai lo sarà.
E mi piace ricordare una canzone Sud-Americana, l'unica che io sappia, che ha esaltato la funzione di questo libro (Vocabolario) nella ricerca della Libertà. Parlo di "Gracias a la vida", cantata, magistralmente, da Joan Baez e Mercedes Sosa.
Scrivere, scrivere sempre, è il segreto del successo non solo degli scrittori, ma, anche, di tutto il genere umano. Non sempre ho avuto la possibilità di mettere in pratica, in modo continuativo, questo principio. Lavoro, viaggi, impegni piacevoli della vita spesso mi hanno allontanano da tale piacere. Le guerre, le pandemie, i grandi sconquassi della vita, possono essere il motivo scaturigine per un avvicinamento alla scrittura.
Il mio è un invito alla Scrittura, rivolto a tutti, senza alcuna preoccupazione sullo style, sulla forma, sulla sostanza, sulla punteggiatura. Ci sarà sempre un momento in cui avremo tempo e volontà per fare, rifare, rettificare, integrare, rimodulare qualcosa. Intanto abbiamo scritto, lasciando una traccia.
Sarà per il periodo particolare (Confinamento da Covid-19), sarà perché mi piace parlare ed ascoltare, ma, anche, scrivere. Ecco perché tutti i giorni scrivo. E scrivo per ore, non per diventare un genio della scrittura come diceva Stendhal ("Scrivi ogni giorno per due ore almeno, genio o non genio che tu sia"), ma per assaporare uno dei più grandi piaceri che l'Uomo possa godere.
E non posso non ricordare il mio primo "Abbecedario"; il primo libro capace di stimolare la più grande evasione di massa dell'Uomo, dal carcere dell'Ignoranza.
La conoscenza e la padronanza della lingua è fondamentale per l'allontanamento da condizioni di sudditanza psicologica, da condizioni di vera Libertà. Chi è lontano dalla conoscenza non è libero e mai lo sarà.
E mi piace ricordare una canzone Sud-Americana, l'unica che io sappia, che ha esaltato la funzione di questo libro (Vocabolario) nella ricerca della Libertà. Parlo di "Gracias a la vida", cantata, magistralmente, da Joan Baez e Mercedes Sosa.
Scrivere, scrivere sempre, è il segreto del successo non solo degli scrittori, ma, anche, di tutto il genere umano. Non sempre ho avuto la possibilità di mettere in pratica, in modo continuativo, questo principio. Lavoro, viaggi, impegni piacevoli della vita spesso mi hanno allontanano da tale piacere. Le guerre, le pandemie, i grandi sconquassi della vita, possono essere il motivo scaturigine per un avvicinamento alla scrittura.
Il mio è un invito alla Scrittura, rivolto a tutti, senza alcuna preoccupazione sullo style, sulla forma, sulla sostanza, sulla punteggiatura. Ci sarà sempre un momento in cui avremo tempo e volontà per fare, rifare, rettificare, integrare, rimodulare qualcosa. Intanto abbiamo scritto, lasciando una traccia.
3 maggio 2020
QUARANTENA, VISTA DA ROUSSEAU
"Era il tempo della peste di Messina. La flotta inglese vi aveva gettato le ancore e visitò la feluca sulla quale viaggiavo. La cosa ci costrinse, arrivati a Genova dopo una lunga e penosa traversata, a una quarantena di ventun giorni. Concessero ai passeggeri la facoltà di scegliere se trascorrerla a bordo piuttosto che al lazzaretto, dove ci prevennero che non avremmo trovato che le quattro mura, perché non avevano ancora avuto il tempo di arredarlo. Scelsero tutti la feluca. Il caldo insopportabile, lo spazio ristretto, l'impossibilità di passeggiare, gli insetti, mi fecero preferire il lazzaretto, a tutto mio rischio.
Fui condotto in un vasto edificio a due piani assolutamente spoglio, dove non trovai né finestra, né letto, né tavolo, né sedia, nemmeno uno sgabello per sedermi, né un fascio di paglia per coricarmi. Mi portarono il mio mantello, il mio sacco da notte, i miei due bauli, chiusero su di me grosse porte con grandi serrature, e lì rimasi, padrone di passeggiare a mio piacimento di stanza in stanza e di piano in piano, dovunque trovando la stessa solitudine e lo stesso squallore.
Malgrado tutto non mi pentii di aver preferito il lazzaretto alla feluca, e, come un nuovo Robinson, mi disposi ad arrangiarmi per i miei ventun giorni come avrei fatto per una intiera vita. Innanzitutto mi divertii a dar la caccia alle pulci che m'ero buscate nella feluca. Quando, a forza di cambiar biancheria e vestiti, mi fui finalmente ripulito, passai all'arredamento della stanza che mi ero scelto. Con abiti e camicie misi insieme un buon materasso, le lenzuola con parecchi asciugamani che cucii, una coperta con la mia veste da camera, un cuscino col mio mantello arrotolato. Con un baule piazzato di piatto mi feci lo sgabello, con l'altro messo di fianco il tavolo.
Tirai fuori carta, calamaio, sistemai a biblioteca una dozzina di libri che avevo. Mi arrangiai, in breve, tanto bene che, eccettuate tende e finestre, stavo quasi così comodo in quel lazzaretto assolutamente spoglio come al mio gioco della Palla nella rue Verdelet.
I miei pasti venivano serviti con gran pompa; due granatieri, le baionette in canna, li scortavano; la scala era la mia sala da pranzo, il pianerottolo mi fungeva da tavola, lo scalino inferiore da sedia, e quando il mio pranzo era servito, suonavano, ritirandosi, una campanella, per avvertirmi di mettermi a tavola. Fra un pasto e l'altro, quando non leggevo né scrivevo, o non lavoravo al mio arredamento, andavo a passeggiare nel cimitero dei protestanti, che mi serviva da cortile, di dove salivo in una lanterna affacciata sul porto, dalla quale potevo osservare il via vai delle navi. Trascorsi così quattordici giorni, e vi avrei passato l'intiera ventina senza mai annoiarmi se il signor di Jonville, inviato di Francia, al quale feci pervenire una lettera acetata, profumata e strinata, non avesse fatto abbreviare di otto giorni la mia quarantena: andai a trascorrerli in casa sua e trovai migliore, lo confesso, la sua ospitalità del lazzaretto."
Confronti fra la sua quarantena e la nostra attuale (Per coronavirus). Anche lui scriveva il diario della Quarantena e leggeva molto. Molti dubbi restano sulla reale motivazione che l'ha spinto a scegliere il lazzaretto invece della feluca, come hanno fatto tutti gli altri. Sapeva che sarebbero venuti per trasferirlo in altro sito, molto più comodo, appena possibile. Così come si è verificato, anche se con un po' di ritardo rispetto alle sue previsioni. Era un personaggio importante e stava recandosi in Milano, per un impegno importante.
Rousseau, Le confessioni, Libro VII
Fui condotto in un vasto edificio a due piani assolutamente spoglio, dove non trovai né finestra, né letto, né tavolo, né sedia, nemmeno uno sgabello per sedermi, né un fascio di paglia per coricarmi. Mi portarono il mio mantello, il mio sacco da notte, i miei due bauli, chiusero su di me grosse porte con grandi serrature, e lì rimasi, padrone di passeggiare a mio piacimento di stanza in stanza e di piano in piano, dovunque trovando la stessa solitudine e lo stesso squallore.
Malgrado tutto non mi pentii di aver preferito il lazzaretto alla feluca, e, come un nuovo Robinson, mi disposi ad arrangiarmi per i miei ventun giorni come avrei fatto per una intiera vita. Innanzitutto mi divertii a dar la caccia alle pulci che m'ero buscate nella feluca. Quando, a forza di cambiar biancheria e vestiti, mi fui finalmente ripulito, passai all'arredamento della stanza che mi ero scelto. Con abiti e camicie misi insieme un buon materasso, le lenzuola con parecchi asciugamani che cucii, una coperta con la mia veste da camera, un cuscino col mio mantello arrotolato. Con un baule piazzato di piatto mi feci lo sgabello, con l'altro messo di fianco il tavolo.
Tirai fuori carta, calamaio, sistemai a biblioteca una dozzina di libri che avevo. Mi arrangiai, in breve, tanto bene che, eccettuate tende e finestre, stavo quasi così comodo in quel lazzaretto assolutamente spoglio come al mio gioco della Palla nella rue Verdelet.
I miei pasti venivano serviti con gran pompa; due granatieri, le baionette in canna, li scortavano; la scala era la mia sala da pranzo, il pianerottolo mi fungeva da tavola, lo scalino inferiore da sedia, e quando il mio pranzo era servito, suonavano, ritirandosi, una campanella, per avvertirmi di mettermi a tavola. Fra un pasto e l'altro, quando non leggevo né scrivevo, o non lavoravo al mio arredamento, andavo a passeggiare nel cimitero dei protestanti, che mi serviva da cortile, di dove salivo in una lanterna affacciata sul porto, dalla quale potevo osservare il via vai delle navi. Trascorsi così quattordici giorni, e vi avrei passato l'intiera ventina senza mai annoiarmi se il signor di Jonville, inviato di Francia, al quale feci pervenire una lettera acetata, profumata e strinata, non avesse fatto abbreviare di otto giorni la mia quarantena: andai a trascorrerli in casa sua e trovai migliore, lo confesso, la sua ospitalità del lazzaretto."
Confronti fra la sua quarantena e la nostra attuale (Per coronavirus). Anche lui scriveva il diario della Quarantena e leggeva molto. Molti dubbi restano sulla reale motivazione che l'ha spinto a scegliere il lazzaretto invece della feluca, come hanno fatto tutti gli altri. Sapeva che sarebbero venuti per trasferirlo in altro sito, molto più comodo, appena possibile. Così come si è verificato, anche se con un po' di ritardo rispetto alle sue previsioni. Era un personaggio importante e stava recandosi in Milano, per un impegno importante.
Rousseau, Le confessioni, Libro VII
MEMORIE DI ADRIANO
"Costruire, significa collaborare con la terra, imprimere un'impronta umana su un paesaggio che ne resterà modificato per sempre; contribuire inoltre a quella lenta trasformazione che è la vita delle città. Quanta cura, per trovare la
Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano. Interessante libro, da leggere.
collocazione esatta d'un ponte e d'una fontana, per dare a una strada di montagna la curva più economica che è al tempo stesso la più pura [...]
Elevare fortificazioni in fin dei conti equivale a costruire dighe: equivale a trovare la linea sulla quale si può difendere una sponda o un impero, il punto dove sarà contenuto, arrestato, infranto, l'assalto delle onde o quello dei barbari.
Costruire un porto, significa fecondare la bellezza d'un golfo. Fondare biblioteche, è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire.
Ho ricostruito molto: ricostruire significa collaborare con il tempo nel suo aspetto di passato, coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo, quasi, verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti". Marguerite Yourcenar, Memorie di Adriano. Interessante libro, da leggere.
22 aprile 2020
SCRIVERE
Quando non ho assillanti problemi amo pensare, analizzare, riflettere e scrivere. Scrivere mi porta una grande gioia; un piacere psichico prima e fisico poi.
E' uno stato di necessità che mi avvicina ad una condizione di salute ottimale. Condizione che fa passare in secondo piano i problemi fisici reali. E, scrivere, per me, diventa una specie di terapia igienico-mentale. Col convincimento che tale esercizio porta alla conservazione dello stato di lucidità mentale, che potrebbe essere compromesso in presenza di condizioni limitanti.
Raccogliendo e diffondendo soddisfazione, piacere, appagamento, tenerezza, verso il Mondo intero.
E' uno stato di necessità che mi avvicina ad una condizione di salute ottimale. Condizione che fa passare in secondo piano i problemi fisici reali. E, scrivere, per me, diventa una specie di terapia igienico-mentale. Col convincimento che tale esercizio porta alla conservazione dello stato di lucidità mentale, che potrebbe essere compromesso in presenza di condizioni limitanti.
Raccogliendo e diffondendo soddisfazione, piacere, appagamento, tenerezza, verso il Mondo intero.
14 aprile 2020
LISISTRATA
In questo tempo di confinamento da Coronavirus, davanti alle innumerevoli incertezze, insicurezze, debolezze, incapacità, mediocrità, del mondo che mi circonda, ritorna in mente quanto Aristofane, circa nel 411 a.C., ha messo in bocca a Lisistrata.
A domanda specifica la Bella ed Intelligente Lisistrata ha fornito la ricetta su come dirigere / gestire, adeguatamente, lo Stato.
La sua ricetta, dopo tanti millenni, è ancora valida.
Essa dopo aver paragonato lo Stato alla Lana di pecora suggerisce di:
-Fare un Lavaggio energico, come si faceva una volta in Grecia. Lavaggio indispensabile per mandare via tutto lo sporco che si era attaccato alla lana.
Dopo il lavaggio e l'asciugatura,
-Stendere la lana su un letto e con un robusto bastone eliminare tutte le spine ed i malanni. E' necessario allontanare dal potere tutti colori che con esso sono in simbiosi.
Dopo la bastonatura,
-Fare la cardatura, ossia spelare ben bene la testa a tutti coloro che tramano per conservare le cariche di potere.
Dopo aver cardato,
-Porre in un paniere tutta la Concordia, mettendo insieme tutte le persone di buona volontà (Meticci; Stranieri amici; Debitori dello Stato), e, poi, mescolare ed infine pettinare.
Avendo cura di tenere a distanza, gli uni dagli altri, i Greci.
Meditate Gente, meditate. Domus.
A domanda specifica la Bella ed Intelligente Lisistrata ha fornito la ricetta su come dirigere / gestire, adeguatamente, lo Stato.
La sua ricetta, dopo tanti millenni, è ancora valida.
Essa dopo aver paragonato lo Stato alla Lana di pecora suggerisce di:
-Fare un Lavaggio energico, come si faceva una volta in Grecia. Lavaggio indispensabile per mandare via tutto lo sporco che si era attaccato alla lana.
Dopo il lavaggio e l'asciugatura,
-Stendere la lana su un letto e con un robusto bastone eliminare tutte le spine ed i malanni. E' necessario allontanare dal potere tutti colori che con esso sono in simbiosi.
Dopo la bastonatura,
-Fare la cardatura, ossia spelare ben bene la testa a tutti coloro che tramano per conservare le cariche di potere.
Dopo aver cardato,
-Porre in un paniere tutta la Concordia, mettendo insieme tutte le persone di buona volontà (Meticci; Stranieri amici; Debitori dello Stato), e, poi, mescolare ed infine pettinare.
Avendo cura di tenere a distanza, gli uni dagli altri, i Greci.
Meditate Gente, meditate. Domus.
LIBERTA' E DEMOCRAZIA
La vera Libertà è strettamente connessa al concetto di Democrazia. La Democrazia è intimamente legata al concetto di Uguaglianza (Tutti i Cittadini (Tutti. Compresi i delegati e quelli che detengono il potere) sono uguali). Ne deriva che, dove non esiste il concetto di Uguaglianza, la Libertà dei Cittadini è solo un sogno, una invenzione.
Dove non c'è Libertà (Esclusi i casi in cui l'Uomo è in lotta) il Cittadino non vive e non pensa; vegeta. E' il caso in cui la povertà è diffusa e forte è la repressione.
Se ci penso bene, chi detiene il Potere Politico ha tutto l'interesse a fare in modo che la Gente resti in una condizione di inferiorità. Non pensi. Per fare in modo a che la Gente si disabitui a pensare, il potere usa i mezzi forniti dalla tecnologia. Allo stato attuale lo strumento che meglio di tutti esercita questa funzione è la Televisione. E, siccome la Libertà è una conquista che va conservata e tutelata dagli attacchi che le vengono rivolti, in modo esplicito ed implicito, penso sia necessario, sempre, Vivere e Lottare per i Principi Fondamentali dell'Uomo. E, nel caso di dubbio domandarsi sempre "A chi giova?"
Dove non c'è Libertà (Esclusi i casi in cui l'Uomo è in lotta) il Cittadino non vive e non pensa; vegeta. E' il caso in cui la povertà è diffusa e forte è la repressione.
Se ci penso bene, chi detiene il Potere Politico ha tutto l'interesse a fare in modo che la Gente resti in una condizione di inferiorità. Non pensi. Per fare in modo a che la Gente si disabitui a pensare, il potere usa i mezzi forniti dalla tecnologia. Allo stato attuale lo strumento che meglio di tutti esercita questa funzione è la Televisione. E, siccome la Libertà è una conquista che va conservata e tutelata dagli attacchi che le vengono rivolti, in modo esplicito ed implicito, penso sia necessario, sempre, Vivere e Lottare per i Principi Fondamentali dell'Uomo. E, nel caso di dubbio domandarsi sempre "A chi giova?"
9 aprile 2020
VIVE CHI LOTTA
Ceux qui vivent, ce sont ceux qui luttent /
Coloro che vivono sono coloro che lottano.
*** Poesia di Victor Hugo, scritta nel 1848, inclusa nella raccolta I Castighi (1852), tradotta in italiano, nell'aprile 2020, da Chiara Musolino per darla, in dono, al suo Papà.
Coloro che vivono sono coloro che lottano;
sono Coloro cui un progetto saldo riempie l’anima e la fronte,
Coloro che scalano di un alto destino l’aspra cima,
Coloro che camminano pensierosi, presi da uno scopo sublime,
Avendo sempre davanti agli occhi, notte e giorno,
O qualche sacra fatica o qualche grande amore.
È il santo profeta prostrato davanti l’arca,
È il lavoratore, il pastore, l’operaio, il patriarca;
Coloro il cui cuore è buono, coloro i cui giorni sono pieni,
Questi qua vivono, Signore! Gli altri, io li compiango.
Poiché il nulla li inebria della sua vaga noia,
Poiché il più pesante fardello è di esistere senza vivere.
Inutili, sparpagliati, essi trascinano quaggiù
Il cupo abbattimento di essere senza pensare.
Si chiamano volgo, plebe, turba, folla.
Essi sono ciò che mormora, applaude, fischia, scredita,
Batte le mani, calpesta, sbadiglia, dice sì, dice no,
Mai nessuna figura e mai nessun nome;
Gregge che va, riviene, giudica, assolve, delibera,
Distrugge, pronto per Marat come pronto per Tiberio,
Folla triste, gioiosa, abiti adorni, braccia nude,
Accozzaglia, e spinta verso abissi sconosciuti.
Sono i freddi passanti, senza scopi, senza legami, senza età;
Il fondo del genere umano che si dissolve in fumo;
Sono quelli che non si conoscono, quelli che non si contano,
Quelli che dimenticano le parole, le volontà, i passi. L’ombra oscura attorno a loro si prolunga e retrocede;
Essi non hanno del pien mezzodì che un lontano crepuscolo, Poiché, gettando a caso le grida, le voci, i rumori,
Essi errano vicino al bordo sinistro della notte.
Ma come, non amare per niente!
Seguire una triste carriera, senza un sogno in avanti, senza un dispiacere alle spalle! Ma come!
Camminare davanti a sé senza sapere dove si va!
Ridere di Giove senza credere a Geova!
Guardare senza rispetto gli astri, i fiori, le donne,
Sempre volere il corpo, senza mai cercare l’anima!
Per dei vani risultati fare dei vani sforzi!
Non aspettarsi niente da lassù! Cielo! Dimenticare i morti!
Oh no, io non sono assolutamente di quelli là! Grandi, prosperi,
Fieri, potenti, o nascosti dentro covi immondi,
Io li fuggo, e temo i loro odiati sentieri;
E io amerei meglio essere, o formiche delle città,
Turba, folla, uomini falsi, cuori morti, razze decadute
Un albero nella foresta piuttosto che un’anima nelle vostre resse!
Parigi, dicembre 1848.
Grazie Chiara. Papà Suggerisco una attenta lettura e rilettura.
Coloro che vivono sono coloro che lottano.
*** Poesia di Victor Hugo, scritta nel 1848, inclusa nella raccolta I Castighi (1852), tradotta in italiano, nell'aprile 2020, da Chiara Musolino per darla, in dono, al suo Papà.
Coloro che vivono sono coloro che lottano;
sono Coloro cui un progetto saldo riempie l’anima e la fronte,
Coloro che scalano di un alto destino l’aspra cima,
Coloro che camminano pensierosi, presi da uno scopo sublime,
Avendo sempre davanti agli occhi, notte e giorno,
O qualche sacra fatica o qualche grande amore.
È il santo profeta prostrato davanti l’arca,
È il lavoratore, il pastore, l’operaio, il patriarca;
Coloro il cui cuore è buono, coloro i cui giorni sono pieni,
Questi qua vivono, Signore! Gli altri, io li compiango.
Poiché il nulla li inebria della sua vaga noia,
Poiché il più pesante fardello è di esistere senza vivere.
Inutili, sparpagliati, essi trascinano quaggiù
Il cupo abbattimento di essere senza pensare.
Si chiamano volgo, plebe, turba, folla.
Essi sono ciò che mormora, applaude, fischia, scredita,
Batte le mani, calpesta, sbadiglia, dice sì, dice no,
Mai nessuna figura e mai nessun nome;
Gregge che va, riviene, giudica, assolve, delibera,
Distrugge, pronto per Marat come pronto per Tiberio,
Folla triste, gioiosa, abiti adorni, braccia nude,
Accozzaglia, e spinta verso abissi sconosciuti.
Sono i freddi passanti, senza scopi, senza legami, senza età;
Il fondo del genere umano che si dissolve in fumo;
Sono quelli che non si conoscono, quelli che non si contano,
Quelli che dimenticano le parole, le volontà, i passi. L’ombra oscura attorno a loro si prolunga e retrocede;
Essi non hanno del pien mezzodì che un lontano crepuscolo, Poiché, gettando a caso le grida, le voci, i rumori,
Essi errano vicino al bordo sinistro della notte.
Ma come, non amare per niente!
Seguire una triste carriera, senza un sogno in avanti, senza un dispiacere alle spalle! Ma come!
Camminare davanti a sé senza sapere dove si va!
Ridere di Giove senza credere a Geova!
Guardare senza rispetto gli astri, i fiori, le donne,
Sempre volere il corpo, senza mai cercare l’anima!
Per dei vani risultati fare dei vani sforzi!
Non aspettarsi niente da lassù! Cielo! Dimenticare i morti!
Oh no, io non sono assolutamente di quelli là! Grandi, prosperi,
Fieri, potenti, o nascosti dentro covi immondi,
Io li fuggo, e temo i loro odiati sentieri;
E io amerei meglio essere, o formiche delle città,
Turba, folla, uomini falsi, cuori morti, razze decadute
Un albero nella foresta piuttosto che un’anima nelle vostre resse!
Parigi, dicembre 1848.
Grazie Chiara. Papà Suggerisco una attenta lettura e rilettura.
Ceux qui vivent, ce sont ceux qui luttent ; ce sont Ceux dont un dessein ferme emplit l’âme et le front, Ceux qui d’un haut destin gravissent l’âpre cime, Ceux qui marchent pensifs, épris d’un but sublime, Ayant devant les yeux sans cesse, nuit et jour, Ou quelque saint labeur ou quelque grand amour. C’est le prophète saint prosterné devant l’arche, C’est le travailleur, pâtre, ouvrier, patriarche ; Ceux dont le coeur est bon, ceux dont les jours sont pleins, Ceux-là vivent, Seigneur ! les autres, je les plains. Car de son vague ennui le néant les enivre, Car le plus lourd fardeau, c’est d’exister sans vivre. Inutiles, épars, ils traînent ici-bas Le sombre accablement d’être en ne pensant pas. Ils s’appellent vulgus, plebs, la tourbe, la foule. Ils sont ce qui murmure, applaudit, siffle, coule, Bat des mains, foule aux pieds, bâille, dit oui, dit non, N’a jamais de figure et n’a jamais de nom ; Troupeau qui va, revient, juge, absout, délibère, Détruit, prêt à Marat comme prêt à Tibère, Foule triste, joyeuse, habits dorés, bras nus, Pêle-mêle, et poussée aux gouffres inconnus Ils sont les passants froids, sans but, sans noeud, sans âge ; Le bas du genre humain qui s’écroule en nuage ; Ceux qu’on ne connaît pas, ceux qu’on ne compte pas, Ceux qui perdent les mots, les volontés, les pas. L’ombre obscure autour d’eux se prolonge et recule ; Ils n’ont du plein midi qu’un lointain crépuscule, Car, jetant au hasard les cris, les voix, le bruit, Ils errent près du bord sinistre de la nuit.
Quoi, ne point aimer ! suivre une morne carrière, Sans un songe en avant, sans un deuil en arrière ! Quoi ! marcher devant soi sans savoir où l’on va ! Rire de Jupiter sans croire à Jéhova ! Regarder sans respect l’astre, la fleur, la femme ! Toujours vouloir le corps, ne jamais chercher l’âme ! Pour de vains résultats faire de vains efforts ! N’attendre rien d’en haut ! ciel ! oublier les morts ! Oh non, je ne suis point de ceux-là ! grands, prospères, Fiers, puissants, ou cachés dans d’immondes repaires, Je les fuis, et je crains leurs sentiers détestés ; Et j’aimerais mieux être, ô fourmis des cités, Tourbe, foule, hommes faux, coeurs morts, races déchues Un arbre dans les bois qu’une âme en vos cohues !
Paris, décembre 1848.
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