16 maggio 2012
AMO I LIBRI PERCHE' AMO LA LIBERTA'
15 maggio 2012
IL QUADRATO DI GIOVE
Melencolia I
Il quadrato magico di Albrecht Dürer (GIOVE)
Incisione di Albrecht Dürer, chiamata Melencolia I (The British Museum).Opera di elevato simbolismo.
Nella parte in alto a dx è riportato il quadrato magico.
Qui sotto si vede il particolare ingrandito.
I numeri 15 e 14 sono al centro dell'ultima riga e indicano l'anno in cui Durer fece questa incisione, il 1514. Il quadrato di Giove (Durer):
| 16 | 3 | 2 | 13 |
| 5 | 10 | 11 | 8 |
| 9 | 6 | 7 | 12 |
| 4 | 15 | 14 | 1 |
Singolarità del quadrato magico di Giove:
1) E' un quadrato magico di ordine 4, cioè formato da 4x4 caselle.
2) La sua costante magica è 34, cioè la somma dei numeri che si trovano in ogni riga, ogni colonna e ogni diagonale è 34.
3) Questo quadrato ha una proprietà in più:
- la somma dei numeri di ciascuno dei quattro quadrati 2x2 agli angoli è sempre 34;
- anche la somma dei numeri del quadrato centrale è 34.
4) E non solo questo...
8 maggio 2012
INTELLETTI ERETICALI. Oppressi ed oppressori
NO, NON GIURO!
Hanno risposto così solo 12 Professori su circa 1200.
1) Ernesto BONAIUTI: “Il professore universitario o è un sacerdote della verità e della scienza o è un poco apprezzabile mestierante”
2) Gaetano DE Sanctis: “… mi sarebbe infatti impossibile prestare un giuramento che vincoli o menomi in qualsiasi modo la mia libertà interiore, la quale io credo mio dovere strettissimo di studioso e di cristiano rivendicare di fronte all’autorità …”
3) Giorgio LEVI DELLA VIDA: “ Non aver subito compreso … è uno dei più grossi abbagli della borghesia italiana, uno dei sintomi più chiari della decadenza del suo senso politico”
4) Piero MARTINETTI: “ Perché la più bella lezione che possa dar loro è quella di andarmene”
5) Fabio LUZZATTO: “ La mia religione non ha dogmi, ne intolleranze … Poi vi è una morale che è la tranquillità di coscienza …”
6) Lionello VENTURI: “ … le premesse ideali della mia disciplina non mi consentono di far propaganda nella scuola …”
7) Francesco RUFFINI: “ La libertà non rappresenta per me solamente il supremo dei miei ideali di cittadino, ma quasi la stella polare a cui mi si è indirizzata … qualunque mia attività didattica e scientifica. Essa è stata ed è la stessa ragione della mia vita”
8) Edoardo Avondo RUFFINI: “ … avevano garantito loro la sola felicità di cui è facile godere: la libertà dal pensiero, la libertà dall’opinione”
9) Giorgio ERRERA: No, non giuro. Per la libertà e per la chimica.
10) Bartolo NIGRISOLI: “ … non mi sento di farlo e non lo faccio …”
11) Vito VOLTERRA: “ … le mie idee … risultino … dalla mia condotta … la quale è tuttavia insindacabile”
12) Mario CARRARA: “ La ricerca scientifica può dirsi spassionata e disinteressata solo nel senso che ha per unica passione e per unico interesse il vero. Perciò all’insegnamento superiore non veggo altro limite conveniente che la probità intellettuale e morale …”.
Non so quanti lettori avranno in mente questa circostanza che ha coinvolto la nostra Italia, in passato. Non tanto remoto.
1
SPERANZA
2 maggio 2012
ELOGIO DELLA FOLLIA
Nel 1509, di ritorno in Inghilterra da uno dei suoi tanti viaggi in Italia, non essendo molto concentrato per scrivere su argomenti impegnativi (???), Erasmo decise di scrivere l'Elogio della follia, uno dei libri più importanti della cultura occidentale (E non solo). Più esattamente tale libricino, a mio parere, dovrebbe essere letto da ogni uomo acculturato.
Erasmo in esso ha usato la metafora della follia (E' la follia che parla in prima persona) al fine di evitare accuse da parte dei poteri del tempo (Chiesa, Re).
Con questo geniale libricino il lettore si inserisce in un piacevole meccanismo che lo fa diventare protagonista, parlando, con ironia e sarcasmo, di: presunzione umana, esibizione delle debolezze, passioni, illusioni.
Di seguito riporto alcune riflessioni di/su Elogio e su Erasmo.
La via della cultura è la sola che educa l'umanità. Solo gli incolti, gli ignoranti, si abbandonano sconsideratamente alle proprie passioni.
L'uomo al di sopra dei partiti è la bandiera più ambita e migliore per gli uomini partigiani.
Invano Martino e la stessa Chiesa hanno cercato di tirare, per la giacca, Erasmo, ognuno dalla loro parte. Lui, vero precursore dell'Uomo Neutrale, osservava "Erasmus est homo pro se" .
Figlio di prete, "prete" blando esso stesso, ha rifiutato, per neutralità (?) la veste cardinalizia. Studioso e profondo conoscitore della cultura classica latina e greca. Amava la Poesia, la Filosofia, i Libri (Sono presenti in ogni sua raffigurazione), le Opere d'Arte, le Lingue, i Popoli. Era un grande Viaggiatore (Conosceva: Italia, Germania, Francia, Svizzera, Inghilterra,...) stimato ed apprezzato dagli uomini di cultura di tutta Europa che facevano di tutto per poter dialogare con lui; e, coi quali, lui amava accompagnarsi. Ad uno di essi, Tommaso MORO, ha dedicato l'Elogio della follia, scherzando sul fatto che il suo cognome (MORO) derivava dal greco MORIAS che significa follia.
Era disponibile con tutti, ma era avverso, totalmente, al fanatismo che ha sempre cercato di contrastare, evitandolo. Si rendeva conto che il fanatismo, prima o poi, avrebbe devastato il suo mondo.
Ha sempre cercato di mediare, pur senza imporre, mai, la propria opinione. Non sempre manifestata.
In ogni Stato si sentiva in patria (Che per lui era tutta l'Europa). Infatti pensava al progetto di fare dell'Europa un unico Paese con una unica lingua (Latina). La sua esistenza, nonostante la sua concezione, è stata condizionata da Lutero (Caratterialmente opposto ad Erasmo), uomo di azione che, senza remore, in quel tempo, lanciava strali contro la Chiesa, di allora. Davanti a tanto odio e fanatismo, seminato in ogni Stato, la volontà del Singolo, pensante con la propria testa, è impotente. Davanti al dilemma della sua vita (Papista o Luterano) preferì... restare neutrale. Pur sapendo che " per i guelfi sono un ghibellino e per i ghibellini un guelfo". Rifiutando il motto della Chiesa: "Chi non è con me è contro di me".
Il suo concetto della NEUTRALITA' è espresso, con orgoglio e solennità, nel suo motto " Nulli Concedo " (A nessuno voglio appartenere). Il presupposto di appartenenza all'Umanità e mai ad una parte non potevano che portarlo lontano dal campo di battaglia, estraneo ad ogni armata, da tutti combattuto. Solitario ed isolato. Però sempre LIBERO ed INDIPENDENTE.
Misurato e prudente, conscio dell'impossibilità di eliminare tutto il male della Terra, conclude che il Prudente non protesta, il Saggio non si eccita, ma guarda con occhio acuto e con labbro sprezzante la stolta vita. Tenendo a mente il detto di Dante " guarda e passa ". Era conscio del fatto che sentire troppo razionalmente e troppo poco passionalmente consentiva, certamente, di stare al di sopra delle cose, mantenendo la sua neutralità, ma gli impediva di raggiungere quella che considerava la vera Creazione: la POESIA. Conscio del fatto che la Ragione ha carattere regolatrice e mai creatrice. Mentre è la Follia (Passione) alla base di ogni processo effettivamente produttivo.
Classico esempio di Intelletto Ereticale.
Il suo nome è sinonimo di CULTURA e, quindi, di LIBRI.
In sintesi, un invito, a non essere attori, a liberarsi di maschere ed orpelli, a mostrarsi così come si è. Senza lasciarsi condizionare dal desiderio di apparire. Splendidi nella propria follia.
7 aprile 2012
ABITUDINE MONDANA ROMANA
"Dite a ... che mi piace" è una frase che una romana non ha il minimo scrupolo ad usare"...
Era quanto affermava Stendhal nella prima metà del 1800.
Vanità, Ipocrisia, Superficialità, Valori ideali, Passioni.
Valeva (e vale) solo per le Romane?
26 marzo 2012
GIURO, GIURO DI DIRE LA VERITA' ...
21 marzo 2012
MEDEA
30 gennaio 2012
PERSEFONE
12 gennaio 2012
NUMERO AUREO
GRANDI UOMINI FANNO GRANDI PAESI
RAGIONARE SEMPRE CON LA PROPRIA TESTA
PASSIONI E RAGIONE
A TUTTE LE NANAS
FILOSOFIA SAPIENZA
EVOLUZIONE DELLA DEMOCRAZIA
24 dicembre 2011
LA TABACCHERIA DI PESSOA
Tabaccheria
Non sono niente.
Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte questo, ho dentro me tutti i sogni del mondo.
Finestre della mia stanza,
della stanza di uno dei milioni al mondo che nessuno sa chi è
(e se sapessero chi è, cosa saprebbero?),
vi affacciate sul mistero di una via costantemente attraversata da gente,
su una via inaccessibile a tutti i pensieri,
reale, impossibilmente reale, certa, sconosciutamente certa,
con il mistero delle cose sotto le pietre e gli esseri,
con la morte che porta umidità nelle pareti e capelli bianchi negli uomini,
con il Destino che guida la carretta di tutto sulla via del nulla.
Oggi sono sconfitto, come se conoscessi la verità.
Oggi sono lucido, come se stessi per morire,
e non avessi altra fratellanza con le cose
che un commiato, e questa casa e questo lato della via diventassero
la fila di vagoni di un treno, e una partenza fischiata
da dentro la mia testa,
e una scossa dei miei nervi e uno scricchiolio di ossa nell'avvio.
Oggi sono perplesso come chi ha pensato, trovato e dimenticato.
Oggi sono diviso tra la lealtà che devo
alla Tabaccheria dall'altra parte della strada, come cosa reale dal di fuori,
e alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro.
Sono fallito in tutto.
Ma visto che non avevo nessun proposito, forse tutto è stato niente.
Dall'insegnamento che mi hanno impartito,
sono sceso attraverso la finestra sul retro della casa.
Sono andato in campagna pieno di grandi propositi.
Ma là ho incontrato solo erba e alberi,
e quando c'era, la gente era uguale all'altra.
Mi scosto dalla finestra, siedo su una poltrona. A che devo pensare?
Che so di cosa sarò, io che non so cosa sono?
Essere quel che penso? Ma penso di essere tante cose!
E in tanti pensano di essere la stessa cosa che non possono essercene così tanti!
Genio? In questo momento
centomila cervelli si concepiscono in sogno geni come me,
e la storia non ne rivelerà, chissà?, nemmeno uno,
non ci sarà altro che letame di tante conquiste future.
No, non credo in me.
In tutti i manicomi ci sono pazzi deliranti con tante certezze!
lo, che non possiedo nessuna certezza, sono più sano o meno sano?
No, neppure in me...
in quante mansarde e non-mansarde del mondo
non staranno sognando a quest'ora geni-per-se-stessi?
Quante aspirazioni alte, nobili e lucide -,
sì, veramente alte, nobili e lucide -,
e forse realizzabili,
non verranno mai alla luce del sole reale nè troveranno ascolto?
Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
e non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.
Ho sognato di più di quanto Napoleone abbia realizzato.
Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo.
Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.
Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda,
anche se non ci abito;
sarò sempre quello che non è nato per questo;
sarò sempre soltanto quello che possedeva delle qualità;
sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta,
e ha cantato la canzone dell'Infinito in un pollaio,
e sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso.
Credere in me? No, nè in niente.
Che la Natura sparga sulla mia testa scottante
il suo sole, la sua pioggia, il vento che trova i miei capelli,
e il resto venga pure se verrà o dovrà venire, altrimenti non venga.
Schiavi cardiaci delle stelle,
abbiamo conquistato tutto il mondo prima di alzarci dal letto;
ma ci siamo svegliati ed esso è opaco,
ci siamo alzati ed esso è estraneo,
siamo usciti di casa ed esso è la terra intera,
più il sistema solare, la Via Lattea e l'Indefinito.
(Mangia cioccolatini, piccina; mangia cioccolatini!
Guarda che non c'è al mondo altra metafisica che i cioccolatini.
Guarda che tutte le religioni non insegnano altro che la pasticceria.
Mangia, bambina sporca, mangia!
Potessi io mangiare cioccolatini con la stessa concretezza con cui li mangi tu!
Ma io penso e, togliendo la carta argentata, che poi è di stagnola,
butto tutto per terra, come ho buttato la vita.
Ma almeno rimane dell'amarezza di ciò che mai sarà
la calligrafia rapida di questi versi,
portico crollato sull'Impossibile.
Ma almeno consacro a me stesso un disprezzo privo di lacrime,
nobile almeno nell'ampio gesto con cui scaravento
i panni sporchi che io sono, senza lista, nel corso delle cose,
e resto in casa senza camicia.
(Tu, che consoli, che non esisti e perciò consoli,
Dea greca, concepita come una statua viva,
o patrizia romana, impossibilmente nobile e nefasta,
o principessa di trovatori, gentilissima e colorita,
o marchesa del Settecento, scollata e distante,
o celebre cocotte dell'epoca dei nostri padri,
o non so che di moderno - non capisco bene cosa -,
tutto questo, qualsiasi cosa tu sia, se può ispirare che ispiri!
Il mio cuore è un secchio svuotato.
Come quelli che invocano spiriti invoco
me stesso ma non trovo niente.
Mi avvicino alla finestra e vedo la strada con assoluta nitidezza.
Vedo le botteghe, vedo i marciapiedi, vedo le vetture passare,
vedo gli esseri vivi vestiti che s'incrociano,
vedo i cani che anche loro esistono,
e tutto questo mi pesa come una condanna all'esilio,
e tutto questo è straniero, come ogni cosa.
Ho vissuto, studiato, amato, e persino creduto,
e oggi non c'è mendicante che io non invidi solo perchè non è me.
Di ciascuno guardo i cenci e le piaghe e la menzogna,
e penso: magari non ho mai vissuto, nè studiato, nè amato, nè creduto
(perchè si può creare la realtà di tutto questo senza fare nulla di tutto questo);
magari sei solo esistito, come una lucertola cui tagliano la coda
e che è irrequietamente coda al di qua della lucertola.
Ho fatto di me ciò che non ho saputo,
e ciò che avrei potuto fare di me non l'ho fatto.
Il domino che ho indossato era sbagliato.
Mi hanno riconosciuto subito per quello che non ero e non ho smentito, e mi sono perso.
Quando ho voluto togliermi la maschera,
era incollata alla faccia.
Quando l'ho tolta e mi sono guardato allo specchio,
ero già invecchiato.
Ero ubriaco, non sapevo più indossare il domino che non mi ero tolto.
Ho gettato la maschera e dormito nel guardaroba
come un cane tollerato dall'amministrazione
perchè inoffensivo
e scrivo questa storia per dimostrare di essere sublime.
Essenza musicale dei miei versi inutili,
magari potessi incontrarmi come una cosa fatta da me,
e non stessi sempre di fronte alla Tabaccheria qui di fronte,
calpestando la coscienza di esistere,
come un tappeto in cui un ubriaco inciampa
o uno stoino rubato dagli zingari che non valeva niente.
Ma il padrone della Tabaccheria s'è affacciato sulla porta e vi è rimasto.
Lo guardo con il fastidio della testa piegata male
e con il disagio dell'anima che sta intuendo.
Lui morirà ed io morirò.
Lui lascerà l'insegna, io lascerò dei versi.
A un certo momento morirà anche l'insegna, e anche i versi.
Dopo un po' morirà la strada dove fu stata l'insegna,
E la lingua in cui furono scritti i versi.
Morirà poi il pianeta che gira in cui tutto ciò accadde.
In altri satelliti di altri sistemi qualcosa di simile alla gente
continuerà a fare cose simili a versi vivendo sotto cose simili a insegne,
sempre una cosa di fronte all'altra,
sempre una cosa inutile quanto l'altra,
sempre l'impossibile, stupido come il reale,
sempre il mistero del profondo certo come il sonno del mistero della superficie,
sempre questo o sempre qualche altra cosa o nè una cosa nè l'altra.
Ma un uomo è entrato nella Tabaccheria (per comprare tabacco?),
e la realtà plausibile improvvisamente mi crolla addosso.
Mi rialzo energico, convinto, umano,
con l'intenzione di scrivere questi versi per dire il contrario.
Accendo una sigaretta mentre penso di scriverli
e assaporo nella sigaretta la liberazione da ogni pensiero.
Seguo il fumo come se avesse una propria rotta,
e mi godo, in un momento sensitivo e competente
la liberazione da tutte le speculazioni
e la consapevolezza che la metafisica è una conseguenza dell'essere indisposti.
Poi mi allungo sulla sedia
e continuo a fumare.
Finche il Destino me lo concederà, continuerò a fumare.
(Se sposassi la figlia della mia lavandaia
magari sarei felice.)
Considerato questo, mi alzo dalla sedia.
Vado alla finestra.
L'uomo è uscito dalla Tabaccheria (infilando il resto nella tasca dei pantaloni?).
Ah, lo conosco: è Esteves senza metafisica.
(Il padrone della Tabaccheria s'è affacciato all'entrata.)
Come per un istinto divino Esteves s'è voltato e mi ha visto.
Mi ha salutato con un cenno, gli ho gridato Arrivederci Esteves!, e l'universo
mi si è ricostruito senza ideale ne speranza, e il padrone della Tabaccheria ha sorriso.
26 novembre 2011
5 ottobre 2011
E ORA BATTE
Suprema Lirica di Carlo Antonio PASCALE,

