Siam fatti anche noi della sostanza di cui sono fatti i sogni e nello spazio di un sonno è racchiusa la nostra breve vita.(Shakespeare/Bacone)

E' l'ambiente in cui veniamo cresciuti a determinare le nostre inclinazioni e le nostre aspirazioni.

31 ottobre 2026

DELITTO E CASTIGO

 Il 31 Ottobre 1999, alle ore 21.00, a Benestare (RC), due sicari, della zona, visto che almeno uno era devoto alla Madonna di Pugliano, che si venera nella Chiesa di Bianco (RC), al soldo dei mafiosi locali, hanno assassinato l'imprenditore edile Antonio Musolino.

Un delitto, feroce, barbarico, selvatico, forse annunciato, simbolico, consumato nel Centro Storico di Benestare, presso la principale Via Vittorio Emanuele, a pochi passi dalla Chiesa Matrice, dalle Scuole, dall'Ufficio Postale, dal Comune, commesso al fine di dimostrare, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che il potere esecutivo reale, nella Locride, era, ed è ancora, nelle mani della mafia, non certo dello Stato, da sempre latitante, o comunque incapace (Per colpa o per dolo) di assolvere alle funzioni Istituzionali.

L'imprenditore, anche quel giorno (Domenica, 31/10/1999), in quell'ora tarda (21.00) era al lavoro. Lavoro che amava tanto. Così come amava la vita e il prossimo, circostanze lontane mille miglia da quegli assassini, sporchi, brutti, bruti, lordati dall'ideologia di morte e privi di qualsiasi cenno di moralità, nonostante la presenza di familiari e di fede religiosa (Santino della Madonna di Pugliano).
Certamente, come di rito, quella sera, però i due sicari, per un curioso dettaglio degli eventi, non andarono a festeggiare quell'omicidio che doveva essere di lezione per tutti gli imprenditori che operavano nel settore dei lavori pubblici. Tale dettaglio, che tutti, mafiosi e rappresentanti Istituzionali, sembra abbiano cancellato o vogliano cancellare, per ovvi, contrastanti, vergognosi, interessi, estinguere, insabbiare, è rappresentato dall'arrivo, alle ore 21.02 circa, dopo quattro ore dalla prima chiamata di aiuto, di una pattuglia della Polizia di Stato e il successivo suo incrocio con i sicari in fuga.
Quel dettaglio, non previsto (?), non programmato (?), ha comportato l'irrigazione, con un flusso di urina, del bacino e dei vestiti di uno dei due sicari (Il passeggero) e il rimando dei loro "selvatici festeggiamenti" per il loro operato di morte.

Quel imprenditore era un Cittadino che stava intensamente lavorando, come faceva tutti i giorni. Lavorare onestamente, verbo sconosciuto dai sicari. 
Dal confronto fra lui e i suoi assassini, bestie feroci prive di valori ideali, sommersi dall'ideologia mafiosa e della morte, emerge un profondo abisso etico e morale.
 La storia, lo Stato, non possono e non devono cancellare i fatti, le vicissitudini. Lo Stato, quando è libero da ributtanti incrostazioni fognarie, deve cercare di individuare, e individuare, mandanti ed esecutori e ottenere Verità e Giustizia, per i familiari e per la Locride intera. 
Lo Stato nulla ha fatto per individuare e punire coloro che festeggiarono quel delitto. Anzi, dall'esterno sembra che abbia fatto di tutto per stendere un impenetrabile velo pietoso sull'accaduto.

In quel comportamento dei due sicari non c'è solo la rivendicazione di un crimine da parte del potere mafioso dominante; c'è, anche, lo specchio deformante sarcastico dell'arroganza del potere mafioso che si fa beffe del potere Istituzionale. In un miscuglio di fanatismo mafioso, consolidato sul territorio e di spocchia criminale, privo di qualsiasi barlume di umanità, che tratta la vita di un Cittadino, di un Imprenditore, come il trofeo di una macabra, barbarica, festa.
Ma quei festeggiamenti mafiosi, avallati da tutti i vertici mafiosi locali, tutti sanno, trovano, di contro, presupposto ostante nella determinazione di quel Imprenditore di non lasciarsi condizionare da quei soggetti cancerogeni che infestavano, e infestano, la Calabria. Infami che hanno trovato (Alcuni) e troveranno (Tutti gli altri), sulla loro strada, il giusto castigo per il loro corpo e per le loro anime destinate a bruciare, per sempre, nelle fiamme dell'Inferno.

I killer, dopo aver fatto oltre 5 giri per il centro del paese, consci del fatto che nessuno avrebbe detto alcunché su di loro, gli spararono alla schiena, al fianco, sapendo di colpire un uomo solo, stanco dopo una lunga giornata lavorativa, isolato dalle sue Istituzioni, che difendeva, pur sapendo degli scarni o nulli successi nella lotta al crimine. 
Il loro macabro banchetto, giorni dopo la morte, con i delegati dei capi, ha celebrato non solo il successo di un vigliacco agguato mafioso (E' la modalità operativa applicata dai mafiosi), ma brindava, anche, all'impunità che pensavano, erano sicuri (Chissà perché, come mai?)  di aver conquistato ridicolizzando e terrorizzando lo Stato. 

Oggi, a distanza di 27 anni, davanti a lampanti considerazioni di incapacità, di inconsistenza, di incompetenza, in un mondo sociale, ma sempre più frequentemente politico, si vede una sconvolgente tendenza verso un processo socio-psicologico, acceso / sostenuto da pseudo-intellettuali, che tende alla umanizzazione delle persone che si sono macchiate di delitti spaventosi, lasciando, di contro, le vittime, come il nostro Imprenditore e migliaia di altri, nel silenzio tombale dell'oblio, dell'anonimato.

Quel Imprenditore aveva capito, da tempo, che quella sua Terra, in quelle condizioni, era senza futuro. Che era necessario liberarla dalla gramigna, dal cancro che bloccava ogni tentativo di crescita. E aveva, anche, capito che non era facile contrastare il male, specialmente quando esso va, sottobraccio, col bene. E per questo faceva paura. Egli poteva essere l'elemento destabilizzante del sistema. Ma, egli aveva capito, da tempo, che in assenza della volontà limpida e manifesta dello Stato, in mancanza di linde, specchiate, professionalità, tutto sarebbe stato vano. L'isolamento delle persone perbene sarebbe diventato sempre più profondo. 
Aveva denunciato attacchi e ritorsioni, ma aveva ricevuto in cambio minimizzazioni, anche quando anche un ingenuo avrebbe capito che c'era poco da sorridere e minimizzare.

Questa nota è:
-un voler tenere accesa la fiammella del ricordo non di una persona generica, ma di quella persona (Antonio Musolino, Imprenditore) che per la Libertà e la Giustizia della sua Terra, di tutti i Cittadini perbene della Locride, ha sacrificato la propria vita;
-un grido di dolore per la mancata ricerca della Verità, che era lì a portata di mano e che nessuno ha voluto (Chissà perché? Forse anche questa è una domanda retorica) raccogliere;
-un monito sulla necessità di reazione contro l'arroganza del potere illegittimo e contro l'assenza di quello legittimo.

   Gli assassini di Antonio avranno fatto il loro brindisi di morte, ma nella vita, nella storia, locali, resterà, per sempre, la loro vergogna indelebile a testimonianza della loro barbarie. 
Barbarie che, prima o poi, saranno costretti a pagare, con i dovuti interessi, col castigo delle fiamme eterne dell'Inferno. Fino alla settima generazione, come vuole il detto biblico.
Col dovere dei cittadini perbene di non dimenticare e ricordare, uno ad uno, tutti coloro che, come Antonio, hanno versato il loro sangue di vita per difendere la Libertà e la Giustizia, nella Locride. 

Uccidere un Imprenditore, quel Imprenditore, in quella povera terra perduta della Locride, è come estirpare, sradicare, dal sottosuolo, un sottosuolo compatto, un secolare albero d'ulivo. Nella più assoluta indifferenza di tutti coloro che rappresentano i poteri Istituzionali. 
Sradicare, abbattere, un Albero è come buttar via nelle stagnanti e putride acque luride di una palude un'emozione di Vita. E' come sacrificare quei valori di vita e di società libera e democratica, già radicata, da millenni, nella Cultura Magno Greca, in gran parte in via di estinzione. Sradicare quel Imprenditore equivale a distruggere, con violenza barbarica, un reperto archeologico di immenso valore storico rinvenuto nelle viscere della terra. La sua Terra. 
Anche per questo è necessario tenere accesa la memoria, che deve restare legata ai fatti e alle Persone che hanno dato la Vita per la Libertà e la Giustizia di un territorio. E' necessario evitare che si svuoti la memoria di quegli Uomini da quei luoghi. Bisogna evitare che la Locride diventi un deserto senza anima, che diventi materia, corpo, terra, sassi, senza bellezza. 
I ricordi, come quello di Antonio, vanno ricordati, rammentati, esaminati, e gridati fortemente con il necessario orgoglio. I ricordi siano come rumorose foglie al vento di un albero secolare prima di essere sradicato.
Tra non molto, gli ultimi uomini pensanti andranno via, e non per sola colpa della mafia, alla ricerca di una Vita diversa, serena, giusta, libera, democratica e nella Locride non resterà che il fischio del vento sulle pietre calcaree biancastre. E ad ascoltare tale rumore ci saranno i carnefici di questa terra. Coloro che l'hanno venduta e violata per la loro ingordigia, la loro invidia. Per la loro mediocrità culturale. Per la brama di potere dei tanti carnefici criminali, con varie casacche, di questa terra. 

 Antonio è come quell'albero sradicato, nonostante la sua accorata resistenza a resistere là, in quel posto, ove era nato e cresciuto. Antonio e tanti altri hanno tentato, invano, di opporsi a tale sradicamento. Hanno cercato disperatamente di opporsi alla barbarie; pensavano, erano convinti di riuscirci. Ma non ce l'hanno fatta. Sono tutti morti per noi. Per noi che, forse sbagliando, abbiamo deciso di non voler morire; di voler denunciare. Di scappare via, di andare lontano. Come tanti poveri Enea, sperando e fidando nelle proprie capacità e nell'aiuto di una potente divinità greca che, con le lacrime agli occhi, camuffata da uccello guardava dal ramo più alto di quell'albero di ulivo sradicato.   
Atena non mancherà di raccontare, a tutti, la verità su quel Imprenditore sradicato e meditare, essa, la giusta vendetta.

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